Il team di canottieri disabili per la prima volta a una gara internazionale di Amsterdam: “Disabile lo sei quando smetti di combattere, lo sei solo se sei convinto di esserlo”

“Sono una persona e questo una risonanza magnetica non può saperlo. Disabile lo sei quando smetti di combattere, lo sei solo se sei convinto di esserlo”. Queste parole arrivano da un campione. Un campione di sfide impossibili. Perché il dottor Pierdante Piccioni, uscito da un coma di poche ore che gli aveva cancellato 12 anni della sua vita, ha lottato con tutte le sue forze per tornare a fare il medico. E ce l’ha fatta. Una sfida che sembrava impossibile, ma che a quanto pare non lo era.

Come non lo è quella degli 8 canottieri disabili mentali che per la prima volta al mondo parteciperanno a una gara internazionale ad Amsterdam. La storia, raccontata da La Stampa, parla di un team, l'”otto con”, della Società Canottieri Armida di Torino di persone con cartelle cliniche variegate: sindrome di down, autismo, Cat-eye, atassia, cerebellare, disabilità intellettivo-relazionale. Referti senza anima. Ma quando sono ai remi, la foga, la voglia di vincere, li rendono “uguali” a tutti, li qualificano come persone e non come “semplici” malattie.

“Alessandro Rossi non parla con nessuno, sta sempre in silenzio, anche quando gli altri si mettono insieme a scherzare. Un giorno che l’Armida li aveva portati in gita, “a un certo punto sentimmo arrivare una musica meravigliosa”, racconta Gianluigi Favero, il presidente. Era lui. “Aveva trovato un pianoforte in qualche angolo di una sala. E s’era messo a suonare. Restammo senza parole. Suonava come un dio”. Rossi ha 24 anni, lavora a Cirié e confeziona oggetti per alberghi. Nella cartella medica c’è scritto: sindrome di Asperger. Non c’è scritto che suona come un dio. E’ il numero 5 dell’equipaggio. Quello vicino a lui sulla barca è Giovanni Rastrelli, il numero 4. Sembra quello che parla più di tutti. Farebbero una strana coppia insieme. Giovanni va all’Armida da cinque anni e mezzo, come racconta lui con la precisione di uno studente che s’è preparato le risposte per l’esame, e si trova molto bene, dice. Frequenta la scuola alberghiera e l’hanno preso qui per uno stage a fare il cameriere. Ama altri sport, ma “questo è il più bello perché si sta insieme”. Numero 6 del lotto è Umberto Giacone, e poi c’è Matteo Bongiovanni, numero 3, che da grande sogna di «fare il montatore per il cinema o la tv”. La gara di Amsterdam non è più un sogno. Adesso ci vanno. Nessuno ha una fidanzatina, tranne Andrea Appendino, che “esce con Margherita Merlo”, come racconta Manuel Vaccaro, il vecchio del gruppo con i suoi 28 anni, numero 2 dell’equipaggio. Anche questo non c’è scritto sulla cartella, che s’è innamorato. C’è scritto: sindrome down. Sono in due, l’altro è Lorenzo Sforza che adesso non c’è. Matteo Bianchi lo precisa come in un verbale di polizia: “Lavora in un bar. In via San Pio 15”. Il loro timoniere sarà uno dei loro allenatori, Filippo Cardellino, un ragazzone che li sta spronando militarmente sulle acque levigate del Po. L’altro allenatore è quella che ha realizzato tutto questo, questa gara della normalità, 200 equipaggi iscritti, e anche loro a vedere fin dove arrivano nel mondo. Si chiama Cristina Ansaldi. E’ dall’anno scorso che ci lavora.

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