Cina. Suo figlio è Down, ma lei non lo abbandona: apre un’impresa per lui

In Cina il 95 per cento dei bambini con la sindrome di Down viene abortito, come nella gran parte del resto del mondo. A differenza di altri paesi, però, in Cina si può farlo anche al nono mese di gravidanza. Non è un caso se il Dragone detiene il record assoluto di aborti: almeno 23 milioni ogni anno.

«ABBANDONALO PER STRADA». Chissà cosa avrebbe deciso di fare Bai Ye se avesse saputo prima che il suo bambino era affetto dalla Trisomia 21. Figlia di genitori di etnia Han – inviati negli anni Cinquanta dal governo comunista nella regione autonoma della Mongolia Interna per rendere ancora più minoranza l’etnia mongola di minoranza – ha frequentato l’università nella capitale Hohhot. È qui che ha dato alla luce Ge Genfu. Ma solo dopo 40 giorni scoprì che il piccolo aveva la sindrome di Down. «Non parlerà né camminerà mai», le dissero i medici. Dopo aver girato tutti i migliori ospedali della Cina per cercare una soluzione, e i migliori templi buddisti per ottenere il miracolo della guarigione, un medico del Beijing Children’s Hospital le disse: «Hai due opzioni: accettare la realtà o abbandonarlo in strada».

LA RUOTA DEGLI ESPOSTI. Quest’ultima è l’opzione più comune in Cina. Nel 2014, il governo ha inaugurato in un ospedale di Guangzhou, capitale della provincia del Guangdong, una moderna “ruota degli esposti”, un nido in grado di accogliere in forma anonima quei bambini che i genitori altrimenti abbandonerebbero. Dopo appena due mesi ha dovuto chiuderla per il numero troppo elevato di neonati lasciati. Tutti i 262 bambini depositati lì in neanche due mesi erano malati o disabili: 110 affetti da paralisi cerebrale, 39 da sindrome di Down e 32 da problemi cardiaci. Questo atteggiamento è stato sempre di fatto favorito dalla legge sul figlio unico e dal capitalismo sfrenato promosso dalla leadership comunista dopo il fallimento della Rivoluzione Culturale.

DA SOLO IN UN ANGOLO. Ma Bai Ye non ha abbandonato Genfu in un angolo a Pechino. Se l’è riportato a casa. A causa della malattia, nessun asilo accettava di prenderlo, tranne uno, guidato da un amico della donna. Le maestre, non sapendo come rapportarsi con quello strano bambino, lo lasciavano giocare da solo in un angolo, al pari dei compagni, che non capivano le sue reazioni. E anche sua mamma, ormai, aveva perso ogni speranza riguardo alla sua crescita.

IL MAGLIONE PERSO. Un giorno Bai andò all’asilo a riprendere suo figlio e si accorse che Genfu non aveva più addosso il maglione. Chiedendo spiegazioni alle maestre, scoprirono insieme che il piccolo si era tolto da solo il maglione e l’aveva gettato chissà dove. Bai non si arrabbiò ma scoppiò di gioia: era un segno del fatto che le capacità motorie di suo figlio miglioravano. A 8 anni riuscì a iscriverlo in una scuola speciale, dove il figlio intraprese un programma della durata di nove anni (periodo di scolarizzazione obbligatorio in Cina per tutti).

L’IMPRESA. Ottenuto il diploma, Genfu passò altri quattro anni nella comunità Casa del sole, dove migliorò ancora le sue capacità manuali e intellettive. Chiedendosi che cosa avrebbe potuto fare il figlio in futuro, Bai, in modo così inusuale per la società cinese, decise di aprire nel 2013 la Sunshine Factory, una piccola impresa dove far lavorare solo persone con disabilità intellettive. Oggi Genfu produce piccoli oggetti, dalle collane ai dentifrici, per i rifornitori degli hotel. Non guadagna granché ma è felice. Né lui, né sua madre hanno ancora ottenuto un solo yuan dallo Stato, ma contano di vincere la loro battaglia per i diritti dei bambini con difficoltà mentali.

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